Il tempo nella fotografia

 

 

Tutti sappiamo quanto sia importante il tempo nella fotografia.

Impostare il giusto tempo di scatto equivale ad esporre correttamente il fotogramma e valorizzare il soggetto.

Il tempo esatto in cui scattare consente di portare a casa il “momento decisivo”, l’istante in cui tutte le componenti all’interno della fotografia assumono un equilibrio perfetto, per dirla alla Cartier Bresson.

E poi c’è il tempo per elaborare lo scatto e l’invio alle testate che devono chiudere il layout, quindi, la pubblicazione.

Questo è un tema molto delicato e sarà proprio l’oggetto di questo post.

Quando si scattava in pellicola i giornali avevano dei tempi strettissimi per via della chiusura dell’impaginazione ed i fotoreporter erano spesso chiamati a compiere miracoli. Ricordo racconti di amici e colleghi più anziani che tagliavano le pellicole in camera oscura per non buttare preziosissimo film, aneddoti e trucchi per risparmiare chimici, altri che dopo una gara automobilistica a Monza rientravano a notte fonda a Napoli e, senza aver scaricato la macchina, nel cuore della notte con una caffettiera sul fuoco iniziavano a sviluppare i rulli in modo da far partire i provini per le riviste alle 10.00 del mattino.

Facciamo un passo indietro e torniamo con la memoria al 1970. Io non ero ancora nato ma ho bene impresso nella memoria il racconto di mio padre della partita di calcio per antonomasia.

Ricordate Italia – Germania 4-3?

Ah, per i Millennials, la Germania era divisa in Est ed Ovest, la tv non era molto diversa da un attuale forno, era in bianco e nero e c’erano solo il Primo e Secondo canale (oggi Rai 1 e 2), era l’anno dei 3 governi e del Golpe Borghese, la Boeing presentava al mondo il primo 747…

Se ancora non siete entrati nel mood sappiate che proprio nel 1970 veniva legalizzato il divorzio in Italia, che lo stipendio di un operaio era di 120.000 £ (Lire, avete presente?) al mese, un litro di benzina costava 160 £ ed una Fiat 500 costava appena 560.000 £ (esattamente 289.22 €!!!).

Altri tempi…

Il 17 giugno del 1970, nonostante la differenza di fuso orario e la poca diffusione della televisione nelle famiglie, quasi tutta l’Italia era sintonizzata con lo stadio Azteca di Città del Messico per assistere a quella che sarà definita la “Partita del Secolo”.

Era l’Italia di Valcareggi e Gigi Riva, della staffetta tra Mazzola e Rivera contro la Germania di Beckenbauer e Schnellingher…

Dopo il 2-1 tedesco prima il pari e poi il vantaggio degli azzurri. 3-3 tedesco e supplementari fino al 4-3 del golden boy.

Al triplice fischio dell’arbitro, a diecimila chilometri di distanza, un’intera nazione scende nelle strade: è la prima manifestazione di piazza senza divisioni tra destra e sinistra, tra operai e padroni, tra favorevoli e contrari al divorzio.

In quel contesto una notizia così importante venne battuta dai giornali solo il 19 giugno.

Due giorni dopo.

Con una fotografia di repertorio.

Oggi con il digitale ed i social tutto questo è passato abbastanza in secondo piano. I giornali hanno tutti edizioni on line e, tutto sommato, possono pubblicare a qualunque ora del giorno e della notte.

Quindi le tempistiche per i fotografi sono cambiate?

In meglio penserete…

Ne siete sicuri?

Uscire per primi con i corretti contenuti ed immagini significative è vitale.

Per il giornale, per il giornalista e per il fotografo.

Da sempre e per sempre…

Conosciamo bene la tecnologia contemporanea, le dirette Tv, la comunicazione social e tutto l’universo della comunicazione…

Pensate cosa possa significare consegnare le fotografie di un evento mondiale dopo 15 minuti…

Non 15 giorni.

15 minuti!!!

I media moderni, attraverso il web ed i social, quando non trasmettono in diretta sono on line dopo pochissimi secondi con aggiornamenti e fotografie (real time e non di repertorio…).

Ma in passato non era così, lo abbiamo appena visto.

Il primo caso celebre di fotografo a pagare a caro prezzo il tempo di pubblicazione è quello del semi sconosciuto fotografo della U.S. Navy Victor Jorgensen.

Victor Jorgensen, nato in Oregon nel 1913 era un giovane e rispettato fotoreporter americano quando, nel 1942, si arruola in Marina e viene immediatamente reclutato per il Photographic Unit Naval Aviation. Siamo nel bel mezzo del conflitto mondiale e nel triennio successivo Jorgensen si trova a girare gran parte del globo: le Isole Gilbert, le isole Marianne, in Borneo e Filippine durante il ritorno di Douglas MacArthur, ad Okinawa…

La sua vita professionale lo porta a girare in lungo ed in largo diversi continenti ma è a New York che sfiora e si lega a doppio filo a quella di Alfred Eisenstaedt (fotografo di origini tedesche di cui ho raccontato qui…).

Eisenstaedt, tedesco di nascita, inizia la sua carriera di fotografo nel 1920 e lavora in patria fino al 1935 quando, contrario al regime nazista, emigra negli USA dove inizia a lavorare come free lance collaborando con diversi giornali tra cui Life.

Erano gli anni in cui l’industria bellica aveva dato vigore all’economia americana, arruolando operai e confiscando metalli a tal punto che venne sospesa la produzione di giocattoli di latta.

Nel 1940 appena il 50% dei giovani aveva conseguito il diploma, nella sterminata campagna dilagava l’analfabetismo e nelle città era vivo il razzismo.

Erano passati appena quattro anni dai fasti del poker di ori di Jesse Owens alle Olimpiadi di Berlino ma era ancora marcata la differenza di colore nella società statunitense.

Sempre nello stesso anno Benjamin Oliver Davis, fu il primo afroamericano a rivestire i gradi di generale nell’esercito USA e nel 1942 il Presidente Franklin Delano Roosvelt proibisce la discriminazione razziale nell’industria militare, di fatto la prima legge a promuovere l’uguaglianza razziale. Sempre nel 1942 NBC e CBS sospendono le trasmissioni televisive a causa del coinvolgimento degli USA nel conflitto. Dalla costa pacifica a quella atlantica si contano appena 7000 apparecchi televisivi. Le notizie si ascoltano alla radio.

Era il 14 agosto del 1945 e la guerra era già finita in Europa ed Africa, rimaneva attivo solo il fronte giapponese. Erano trascorsi pochi giorni dai  terribili bombardamenti di Hiroshima (6 agosto) e Nagasaki (9 agosto). Il Giappone era piegato, ma non si era ancora arreso.

Tutto il mondo aspettava l’annuncio di resa da parte dell’impero del sol levante ma, cautamente, la gente ne parlava a bassa voce nei bar e dal barbiere. Nessuno voleva illudersi sapendo che tanti ragazzi erano ancora impegnati al fronte.

I due fotografi si trovavano entrambi a New York quando, improvvisamente, la popolazione iniziò a scendere nelle piazze ed a festeggiare, spontaneamente, la fine della guerra.

Alla radio era passata la notizia della resa incondizionata del Giappone e la conseguente fine della II Guerra Mondiale.

I figli, fratelli e padri, sopravvissuti, potevano finalmente tornare a casa.

Quel giorno i due fotografi si ritrovarono entrambi Times Square. Erano a pochissimi metri di distanza. Entrambi avevano adocchiato un marinaio in divisa scura, in preda ai fumi dell’alcol, che tentava di baciare tutte le belle ragazze che incrociava. I due reporter lo seguivano con lo sguardo, tentando di avere campo libero al momento giusto. Sentivano che qualcosa di interessante sarebbe accaduto.

E così fu.

Pochi minuti dopo, una giovane e bella infermiera, in divisa bianca, venne travolta da un bacio appassionato. E ricambiò.

Eisenstaedt con la sua Leica compone immediatamente.

Taglio verticale.

Soggetti al centro.

Architetture della piazza e passanti a creare linee che guidano l’occhio verso il centro del fotogramma, dove sono i soggetti principali.

L’Istante Perfetto.

Click.

Bacio marinaio ed infermiera, © Alfred Eisenstaedt

Jorgensen è leggermente spostato sulla destra.

Probabilmente scatta con una Rollei medio formato, taglio quadrato.

Anche lui opta per i soggetti al centro.

Cambiando l’angolo di scatto cambia anche lo sfondo. In questo caso la prospettiva non lo aiuta per niente…

Lo scatto dei due fotografi è quasi sincronizzato…

Click.

Bacio marinaio ed infermiera, © Victor Jorgensen

Quello che accadrà nelle successive 12 ore farà la fortuna dell’uno e la sfortuna dell’altro.

Eisenstaedt torna a casa, sviluppa le pellicole, stampa i provini, seleziona i migliori e vola alla redazione di Life, il giorno dopo (15 agosto) sarà in copertina.

Jorgensen, essendo militare, probabilmente ha da effettuare passaggi burocratici che richiedono maggiore tempo, ma questa è una mia supposizione.

Contatta comunque il blasonato New York Times, la sua fotografia sarà in copertina il 16 agosto.

Quelle 24 ore di differenza tra le due pubblicazioni hanno avuto un clamoroso effetto ridondante a favore del fotografo di Life.

Un senso di déjà-vu che ha fatto da cassa di risonanza alla popolarità di Alfred Eisenstaedt ai danni di quella di Victor Jorgensen.

Dopo quel giorno le carriere dei due fotografi, tanto vicine in quei minuti in Times Square, presero strade diametralmente opposte.

Eisenstaedt divenne uno dei fotografi più importanti del XX secolo, firmò oltre 70 copertine per Life e fu chiamato a ritrarre stelle di Hollywood del calibro di Marilyn Monroe e Sophia Loren, Ernest Hemingway ed altri personaggi del jet set.

Dopo la guerra, Jorgensen e sua moglie hanno girato e fotografato il mondo, collaborando con riviste come Fortune, Saturday Evening Post, Collier’s, Life, and Ladies Home Journal. Inoltre Jorgensen è stato presidente della American Society of Media Photographers ed ha lavorato per stabilire tabelle salariali minime ed evitare lo sfruttamento di fotografi e fotografie da parte dell’editoria.

Così, per via di un ritardo di appena 24 ore, il nome di Alfred Eisenstaedt sarà celebrato e consegnato alla storia come quello del fotografo che ha realizzato una delle fotografie più rappresentative del XX secolo mentre quello di Victor Jorgensen sarà condannato quasi all’oblio.

Copertina di LIFE del 15 agosto 1945

Grazie per l’attenzione e buona luce!

Gianluca Di Fazio

Gianluca Di Fazio