World Press Photo 2017

Sono usciti da qualche giorno i nomi dei vincitori del più importante concorso mondiale per il foto giornalismo. Come al solito la foto vincitrice ha diviso. Addetti ai lavori e non.

Andiamo per ordine.

Il World Press Photo è un concorso annuale istituito nel 1955 in Olanda che premia le migliori fotografie di cronaca pubblicate nell’ultimo anno (il 2017 premia le foto pubblicate nel 2016). A livello mondiale questa edizione ha raccolto 80.408 fotografie presentate da 5.034 fotografi, in rappresentanza dei cinque continenti.

Essendo cresciuto a dismisura, il premio ha avuto necessità di differenziarsi in categorie e sottocategorie tra cui cronaca, sport, problematiche contemporanee ed altre ancora, singoli scatti e storie, ciascuna delle quali ha il proprio podio. Tra tutte le fotografie presentate la giuria ha poi il compito di selezionarne una che sarà iconica dell’edizione: The World Press Photo of the Year.

Sfogliando l’almanacco del WPP leggiamo nomi importantissimi del foto giornalismo da Nick Ut vincitore nel 1973 con la foto “The Terror of War” a James Nachtwey vincitore nel 1993 e 1995, ma che annovera anche due italiani: Francesco Zizola (1997) e Pietro Masturzo (2010) e tanti altri bravissimi fotografi.

The Terror of War, © Nick Ut

Torniamo al presente…

Quest’anno il vincitore è il turco Burhan Ozbilici con la fotografia che ritrae l’attentatore turco Mevlut Mert Altintas subito dopo l’omicidio dell’ambasciatore russo Andrei Karlov in una galleria d’arte ad Ankara, (precisamente all’inaugurazione di una mostra di fotografia, quando si dice fatalità!), lo scorso 19 dicembre.

In molti si aspettavano questo risultato…

L’immagine è forte, iconica.

La stessa fotografia si regge su una forza espressiva di netti contrasti: gli abiti scuri della vittima e dell’assassino ed i muri bianchi della galleria.

Il poliziotto, si avete letto bene, che diventa fuorilegge.

La smorfia in viso dell’assassino, perfettamente freddo e lucido nel gridare rabbioso le sue ragioni ed il cadavere ancora caldo dell’ambasciatore turco sul pavimento.

Grandissimo peso in questa fotografia la hanno poi i due indici dell’attentatore: il sinistro al cielo per dare enfasi al proprio gesto mentre nell’altra mano brandisce ancora la pistola, ad altezza “uomo” con l’indice in posizione di riposo, in sicurezza, al lato del grilletto. Un dettaglio molto importante perché palesa la freddezza dell’attentatore nel colpire solamente la sua vittima, risparmiando eventuali “danni collaterali”. Un dettaglio molto chiaro, ma solo a posteriori!!!

Ogni qual volta guardo questa fotografia aumenta il mio sgomento e senso di disagio nei confronti della razza umana.

Alla luce di questo mio stato d’animo comprendo e giustifico la divisione della giuria nel nominarla vincitrice, con il Presidente Stuart Franklin, già fotografo e Presidente della Magnum ed a lungo collaboratore del National Geographic, che addirittura pubblica un articolo in cui fa presente il suo voto contrario, venendo meno a quella regola non scritta che vorrebbe segrete le decisioni delle giurie nei concorsi…

P.zza Tienanmen 1989, © S. Franklin/Magnum

Lo stesso fotografo che in carriera ha realizzato servizi durante tutte le più importanti guerre e carestie al mondo e che ha vinto un 3° posto con la sequenza dei carri armati in P.zza Tienanmen nel 1990, si è detto talmente infuriato per il premio di questa fotografia perché, a suo dire, “rafforza il connubio tra martirio e propaganda”.

In effetti la fotografia di Ozbilici è maledettamente cinematografica ed al tempo stesso propagandistica. Difficile non considerarla un fotogramma di una sequenza voluta ad Hollywood per un film o uno spot.

Come già scritto, sapendo che è un fatto di cronaca, io stesso preferisco non guardarla. Ma il premio è il WPP e deve premiare i foto giornalisti non il messaggio che le loro fotografia possono, involontariamente, trasmettere. D’altronde andando ad analizzare le fotografie vincitrici negli anni passati in 58 edizioni ben 24 WPP Award sono stati assegnati a fotografie di guerra ed in 17 ci sono ritratti cadaveri o persone in prossimità della morte, come nel caso di Malcolm W. Browne che nel 1963 ritrae il monaco buddista che, per protesta contro le persecuzioni, si diede fuoco.

Protesta del monaco buddista, © Malcolm W. Browne

Lunica cosa che possiamo fare è metterci le scarpe di Burhan Ozbilici, corrispondente dell’AP, andare ad Ankara a fotografare il classico (palloso!) discorso di un politico ad un’inaugurazione.

Chiaramente è un esercizio mentale. Sono un fotografo, posso fermare il tempo ma ancora non riesco a viaggiaci…

La situazione tra Turchia e Russia la conosciamo tutti, la crisi seguita all’abbattimento dell’aereo russo, le divergenze sulla gestione della crisi siriana sono un passato troppo recente per far sì che ci sia anche solo una parola che esca dal seminato del politically correct.

Almeno questo è quello che tutti si aspettano…

Il leggio è montato, la scena perfettamente illuminata. Il microfono acceso.

Ci sono i fotografi, ma anche le tv.

L’invito dell’Ambasciatore Russo vuole essere un segno distensivo tanto quanto la decisione di presenziare…

Ed ecco che accade quello che nessuno si aspetta.

Spari.

Le urla. Il panico. Tutti i presenti cercano riparo provando, nel contempo, ad individuare da dove arrivino i colpi. Il corpo dell’Ambasciatore è a terra, il poliziotto urla il suo messaggio al mondo ed il fotografo punta la fotocamera e scatta.

Un assassinio in Turchia, © Burhan Ozbilici, The Associated Press

Contro una pistola alza la testa, porta la macchina fotografica al viso, inquadra e fa clic.

Una raffica, ma dell’otturatore.

Nessuno verrà mai ferito da quelle raffiche, a differenza di quelle dei corpi speciali dell’esercito turco che interverranno pochi minuti più tardi.

Ecco, questo è il contesto in cui ha operato Burhan Ozbilici.

Una reflex contro una pistola.

La follia di chi è pronto a dare la vita per una causa contro la coscienza di chi non avrebbe avuto una risposta adeguata alla domanda: perché non hai fotografato?

Personalmente non ho gli strumenti ne’ le competenze per giudicare l’operato di una giuria così altamente qualificata ma ho la memoria di quando lavoravo come reporter di cronaca a Roma. Ricordo perfettamente le mie sensazioni come la paura e l’adrenalina, quando venivi chiamato a scattare in circostanze poco chiare, ancora potenzialmente pericolose. Niente di paragonabile ai fatti di Ankara, sia chiaro, ma prima di spostarti di qualche metro ci pensavi dieci volte. Preferendo anche il giro dell’isolato in direzione opposta piuttosto che attraversare la strada senza adeguate “coperture”…

Tornando ad Ankara, cosa avresti fatto tu?

Se…, ma…, forse…

Sono frazioni di secondo in cui bisogna decidere ed agire.

Da quella decisione dipenderà certamente la tua carriera ma potrebbe dipendere anche la tua vita o quella di qualcun altro.

Io in tutta sincerità non so cosa avrei fatto…

Posso solo dire che non so se la fotografia in questione sia meritevole del WPP ma il fotografo, Burhan Ozbilici, assolutamente si!

Grazie per esser passati e buona luce.

Gianluca Di Fazio

Gianluca Di Fazio